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La disuguaglianza vera è tra città e provincia: quali speranze per la Brianza?

07/05/2018

Macchè Nord-Sud! Il vero divario in Italia è quello tra centro e periferia, città e provincia.

Non è un caso che guardando la dichiarazione dei redditi del 2017 nei 10 paesi con la media reddituale più bassa ben 7 sono nel Nord Italia, di cui 2 in Lombardia: si tratta dei comaschi Cavergna e Val Rezzo. Com’è possibile?

Ne parla il settimanale L’Espresso nel numero ora in edicola con un bell’articolo intitolato “Quell’Italia nuda e abbandonata”. L’aumento della diseguaglianza, questo il sunto dell’articolo, non è solo su base sociale, ma anche e soprattutto su base territoriale: le città, poche, sono sempre più ricche mentre la provincia, intorno, vede solo prospettive di declino e stagnazione.

La colpa, spiegano due economisti, Joan Rosés della London School of Economics e Nikolaus Wolf della Humboldt University di Berlino, è del nuovo tipo di sviluppo economico, basato tutto sulla cosiddetta “economia della conoscenza” (ingegneri, tecnici iperspecializzati, guru della finanza e superinformatici) a scapito della buona vecchia “Economia di produzione”, quella cioè nata col fordismo, sviluppatasi con la produzione di massa del 900 e tramontata infine verso gli anni 80 con la rivoluzione dell’informatica.

Mentre quest’ultima infatti è in grado di distribuire nella società, grazie all’alto tasso di occupati che richiede, la ricchezza prodotta dalle aziende, situate spesso in aree periferiche (come la nostra Brianza industriale testimonia), la prima invece, grazie all’alta tecnologizzazione dei suoi processi necessita di poche persone dotate di competenza altissima e con una grande attitudine alla trasversalità. La ricchezza da loro prodotta resta quasi interamente nelle loro mani e non viene diffusa a lavoratori di fascia inferiore. Inoltre i loro studi, centri di ricerca, o gli uffici delle loro start-up hanno la necessità di stare in città: soltanto nelle grandi metropoli (Milano, Londra, New York, … ) si può sfruttare al meglio il contatto fecondo tra vari filoni di ricerca o di sperimentazione e restare così il più ricettivi possibili alle nuove rotte dell’innovazione.

“Alla lunga – profetizza Rosés – questo porterà anche alla fine dei distretti produttivi che hanno reso ricca la provincia italiana” di cui la nostra Brianza è forse l’esempio più illustre. Ancora più duro Fabrizio Barza, ex ministro del governo Monti, che afferma: “Quella in corso è una faglia che vede da una parte i cittadini delle aree rurali, della provincia, tagliati fuori dall’orizzonte delle élite nazionali, penalizzati nei servizi pubblici e privati e nelle scelte di investimento, mortificati talora come luoghi di svago e nostalgia.”

Già, perché per chi vive in provincia non c’è in gioco solo la stagnazione economica, ma il concreto rischio della diminuzione dei servizi e della qualità della vita. Il progressivo spostamento dei capitali nei centri delle città significa lo progressivo spopolamento dei comuni, meno tasse raccolte e minore erogazione dei servizi.

In Brianza finora possiamo ritenerci fortunati, ma fino a quando questo vento favorevole continuerà a soffiare? Per rispondere basta chiedersi quanti, tra i ragazzi dei nostri comuni, hanno intenzione o avranno ancora la possibilità di lavorare qui nel nostro territorio in futuro? La città è senz’altro un luogo più vivo, più ricco di stimoli culturali, accademici ed economici e senz’altro migliore dal punto di vista dei servizi pubblici (vicinanza di ospedali, quantità e qualità delle scuole) e della varietà dei prodotti disponibili nelle varie attività commerciali.

Perché dunque continuare a vivere in Brianza?

È una domanda che gli amministratori dei nostri comuni dovranno obbligatoriamente porsi nell’impostare le proprie politiche di lungo termine, se ne hanno. Serve innanzitutto capire e scegliere quale sia la propria posizione all’interno della nuova geografia economica: semplice luogo residenziale, località di svago, o qualcosa di più?

Diversi comuni sono già all’opera, anche grazie al supporto del piano SNAI (Strategia Nazionale Aree Interne, promossa durante dall’allora ministro Barca durante il governo Monti). In alcuni casi le amministrazioni hanno cercato di migliorare le proprie infrastrutture turistiche, in altri casi hanno sfruttato le proprie risorse naturali (legno ed esposizione solare) per raggiungere l’autosufficienza energetica. I siciliani delle Madonie hanno approfittato della particolare limpidezza del proprio cielo per creare un polo scientifico per la ricerca astronomica che attira studiosi da tutta Europa.

Ma la Brianza invece? Cos’ha da poter offrire per sopravvivere al meglio a questi nuovi mutamenti? Rispondere su due piedi non è possibile: servono studi, approfondimenti, consultazioni e riflessioni fatte con la cittadinanza.

Resta però un obiettivo ambizioso: raggiungere quanto propone il sociologo Aldo Bonomi, che afferma: “La svolta arriverà quando, oltre alle smart city, potremo avere smart land mettendo le mille piccole città italiane al passo delle metropoli, ridisegnandone le funzioni, affinché tutte tornino ad essere un nodo del flusso, creando nuova vitalità”.

È un appello questo per tutti, cittadini e soprattutto amministratori: chi lo sa che la nostra Brianza in un futuro non troppo lontano non possa diventare la prima smart land d’Italia?

Proviamoci.

Scritto da: Gabriele Sirtori