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Votare non è importante? È l'unica strategia vincente

27/02/2018

A vedere l’attuale corsa elettorale non c’è dubbio: la voglia di votare è poca. Le alternative appaiono scadenti, a noi giovani nessuno sta dando una seria proposta per il nostro futuro e da tutte le parti arrivano promesse sterili, vere e proprie mancette elettorali.

Senza contare poi tutti quelli poi che da queste promesse si fanno abbindolare. Ma perché li facciamo votare? Qualcuno ha scritto che forse bisognerebbe mettere il voto selettivo: solo chi ha una certa conoscenza minima di come funziona lo Stato può ottenere la scheda elettorale. Se poi vogliamo vederla tutta, non si è nemmeno sempre votato. In Italia fino al 1848 non esisteva il suffragio universale (si sta parlando di 170 anni fa, una miseria in termini storici) e anche in quel caso era limitato ai cittadini più abbienti. Chiaro: allora non far votare gli ignoranti voleva sostanzialmente dire non far votare i poveri, ovvero i contadini, i piccoli commercianti e gli artigiani. Si veniva così a creare un circolo vizioso: i ricchi, gli intellettuali, la media-alta borghesia votava e faceva i propri interessi e intanto i poveri, esclusi, diventavano sempre più poveri.

Le cose sono veramente cambiate solo dopo la seconda guerra mondiale: in un Paese distrutto, poverissimo, con un piano miliardario di aiuti in arrivo dall’America e un concreto pericolo di deriva Stalinista per far rinascere l’Italia serviva il voto di tutti. È il 2 giugno 1946.

Negli anni della prima repubblica però tutto si basava su un presupposto: la coesione sociale. Viene in mente il titolo de L’Unità l’indomani dei funerali di Berlinguer: scritto in rosso e a caratteri cubitali diceva: “TUTTI”. Tutti i voti erano importanti, tutti dovevano beneficiare delle riforme politiche del governo vincitore, tutti erano coinvolti nel grande gioco della politica. Non solo chi ha fatto l’università, chi ha una professione intellettuale, chi ha tempo (e soldi) per leggere e interessarsi alla cosa pubblica. TUTTI.

elezioni

Era anche un’Italia in cui il tessuto sociale era più omogeneo. Oggi non è più così. La disuguaglianza sta crescendo a ritmi altissimi, l’ascensore sociale si è rotto, la crescita economica è ferma e resta forte la sensazione che NON TUTTI servano. Ben vengano gli ingegneri, gli economisti (specialmente quelli delle scuole private), ma per chi ha studiato altro il mondo del lavoro è sempre più un collo di bottiglia.

Molti elettori sono demoralizzati: sentono che la politica non guarda a loro ma ad altre classi sociali già di per sé molto avvantaggiate (pensate al mito del bocconiano start-upper) o a questioni apparentemente lontane (come la questione del ritorno del fascismo che la sinistra legge come problema e non come sintomo). I giovani non sentono parlare del loro futuro, i disoccupati, i precari non specializzati non sentono parlare di garanzie ma solo di mancette elettorali. Non si sentono presi in causa, e quindi non votano. Si ritorna al circolo vizioso di cui parlavo prima: il voto di certe categorie non arriva, ne beneficiano le altre (i pensionati, gli imprenditori, i lavoratori stabili, i liberi professionisti) trovandosi al governo leader politici che si rivolgono alle seconde (che magari li rieleggono) e non alle prime (che tanto non votano). Poi si ritornerà alla solita scusa: di queste categorie svantaggiate si dirà che sono fannulloni, ignoranti, pigri che non si vogliono aggiornare, mammoni, e così via… fino a togliere loro totalmente la legittimità di esprimere un parere. Non ci credete? Guardate al voto di protesta di 5 anni fa, quello che ha visto l’inaspettato successo dei 5 stelle: sono state proprio queste classi “dimenticate” a far trionfare quello che subito è stato etichettato come “POPULISMO”, parola il cui valore semantico è negativo e tradotto per esteso indica “masse di persone poco istruite e di scarso buon senso che si fanno abbindolare da leader che parlano alla loro pancia senza una chiara visione a lungo termine”. Ignorantoni. Così con un’unica parola si è liquidato il voto di milioni di persone.

È per questo che alle votazioni di quest’anno bisogna assolutamente partecipare. Noi giovani in particolare, che siamo le vittime maggiori dell’attuale miopia politica. Bisogna tornare a contare nei numeri, far vedere che ci siamo, che abbiamo idee, perplessità, che ci sono programmi che ci piacciono di più e programmi che ci piacciono di meno, sebbene forse nessuno ci convinca in maniera assoluta.

Votare quindi non è importante perché è un dovere civile. È indispensabile perché fa parte di una strategia, l’unica possibile per il nostro futuro: contare qualcosa, farci ascoltare, comparire sulle statistiche, far tornare i politici a parlare con noi, e non di noi.

Coraggio.

Scritto da: Gabriele Sirtori